Il valore della filantropia

Un’espansione globale della filantropia potrebbe avere una portata notevole
Entro il 2030, 2,4 miliardi di persone entreranno nella classe media mondiale e la spesa globale raddoppierà fino a quasi 64.000 miliardi di dollari. Se anche solo lo 0,5% di questa nuova ricchezza fosse destinato alla filantropia, potrebbe significare 319 miliardi di dollari in più all’anno per progetti filantropici.
L’impatto di un’espansione globale della filantropia potrebbe essere molto significativo per il mondo. In termini monetari, secondo Citi il valore globale delle donazioni filantropiche è di circa 2.300 miliardi di dollari statunitensi, pari a quasi il 3% del PIL mondiale.
Circa il 67% delle risorse filantropiche proviene da privati, il 28% da fondazioni e il 5% da imprese. Se a ciò si aggiunge l’effetto moltiplicatore dell’«investimento» in progetti operativi, oggi la filantropia potrebbe rappresentare fino al 10% del PIL mondiale.

«Oggi tutti hanno un progetto per salvare il mondo»
Andrew Hunter Murray scrive su FT Magazine che «oggi praticamente chiunque superi un certo patrimonio netto ha un progetto per salvare il mondo» (FT Magazine, giugno 2023). E non è lontano dal vero.
L’osservazione vale senz’altro per il nutrito gruppo di filantropi americani pionieri che incarnano collettivamente quella cultura della generosità per cui i cittadini statunitensi donano ogni anno in beneficenza 45 volte più dei britannici, pur avendo una popolazione solo 5 volte più numerosa.
Ma forse ancora più interessante è l’impatto potenziale di un gruppo del tutto nuovo di filantropi emergenti.
Anche le famiglie UHNWI dell’Asia e del Medio Oriente cercano sempre più di partecipare alla generosità e all’ambizione apparentemente illimitata della filantropia all’americana, e spesso mirano a costruire e finanziare «ponti» di sviluppo sostenibile tra il vecchio mondo, il nuovo mondo e i paesi in via di sviluppo.
Persino la ricchezza ereditata di generazione in generazione all’interno delle antiche famiglie europee viene lentamente mobilitata a favore di cause filantropiche di portata crescente, volte a migliorare le condizioni dell’umanità, man mano che passa nelle mani di una nuova generazione più attenta alle questioni sociali.
Che cosa sta succedendo, dunque?
Quantificare il valore della filantropia
Sebbene il valore complessivo di questo nuovo gruppo di filantropi sia difficile da misurare, non serve molta immaginazione per dedurre che, per esempio, un raddoppio dei finanziamenti filantropici mondiali avrebbe un impatto enorme. E il potenziale va certamente oltre: secondo uno studio, in alcuni paesi ricchi meno del 10% degli UHNWI è impegnato nella filantropia. Sono moltissimi gli UHNWI che non sono ancora impegnati nella filantropia. Lo faranno?
L’esperienza di Michael Macfarlane Associates, che affianca UHNWI e family office in tutto il mondo per trasformare la loro ricchezza in valore ampliando e sviluppando le loro ambizioni e i loro progetti filantropici, è che è in atto un rapido cambiamento. La visione americana secondo cui il «successo» non si misura dalla ricchezza ma dalla generosità con cui la si dona sta diventando diffusa. E chi ne ha i mezzi desidera sempre più «rinascere» come filantropo.
Sostenere i meriti del capitalismo
Perché sta accadendo tutto questo? Entrano in gioco diversi fattori.
Stiamo entrando in un decennio di cambiamento, iniziato con la ripartenza successiva alla pandemia. La pandemia di COVID ha aggravato le disuguaglianze ovunque. Ha ridotto l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria e ha fatto arretrare molte questioni sociali come la parità di genere, soprattutto nell’ambito della sanità nei paesi in via di sviluppo. Ciò ha accelerato tra gli UHNWI una nuova consapevolezza degli obblighi sociali che accompagnano la ricchezza privata o istituzionale.
Anche la demografia sta cambiando il panorama filantropico. Entro il 2030, 2,4 miliardi di persone entreranno nella classe media mondiale e la spesa globale raddoppierà fino a quasi 64.000 miliardi di dollari. Se anche solo lo 0,5% di questa nuova ricchezza fosse destinato alla filantropia, potrebbe significare 319 miliardi di dollari in più all’anno per progetti filantropici.
Inoltre, entro il 2035 le donne erediteranno il 70% della ricchezza trasferita tra generazioni e, statisticamente, sono più propense a finanziare deliberatamente progetti filantropici.
Si accetta inoltre tacitamente che il decennio attuale possa segnare la fine di un’era economica durata 40 anni e l’inizio di un periodo più volatile e incerto, che metterà alla prova i meriti dei diversi modelli di capitalismo.
Per prevenire il disordine, le famiglie e le istituzioni facoltose stanno iniziando a comprendere di dover fare la propria parte nel sostenere i meriti della ricchezza generata dal capitalismo, ridistribuendone privatamente una quota significativa in progetti che migliorano il mondo e la condizione umana.
Una svolta verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile del 2030
In particolare, man mano che questa svolta si diffonde, cresce lo stimolo per gli UHNWI e le istituzioni facoltose ad abbandonare le tradizionali donazioni benefiche di tipo «scatola nera» a favore di progetti gestiti direttamente, in cui l’apporto del «capitale intellettuale» di un family office crea un effetto moltiplicatore dell’impatto per ogni dollaro donato.
La nuova frontiera per restituire qualcosa al mondo non è la tradizionale «CSR» e nemmeno l’«ESG». Sono piuttosto gli «SDG», gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. È del tutto possibile che entro il 2030 ogni organizzazione sia tenuta a destinare parte delle proprie risorse finanziarie e intellettuali a progetti legati agli SDG.
Ma nel frattempo sono i filantropi, molti dei quali ex imprenditori, i primi ad adottare progetti legati agli SDG.
Mentre i grandi marchi cercano l’affinità con i consumatori attraverso la conformità ai criteri ESG, gli UHNWI sono in genere molto più interessati a far convergere il proprio capitale intellettuale e finanziario verso risultati socioeconomici concreti. In questo senso, gli SDG sono l’ambito ideale su cui concentrare i loro sforzi filantropici.
Un apprezzato progetto legato agli SDG, finanziato al 100% da un singolo UHNWI, ha guarito 60.000 persone dalla cecità causata dalla cataratta in alcune delle comunità più povere e remote del mondo.
Questo risultato è stato reso possibile in parte perché l’intero capitale intellettuale di un single family office è a disposizione del progetto, offrendogli risorse che molte ONG possono solo sognare e trasmettendogli l’importanza di ottenere un rendimento sociale significativo sui fondi donati.
Filantropi in cerca di rendimento
I dati dimostrano che questo tipo di intervento capillare su larga scala per curare la cecità non trattata nei paesi in via di sviluppo produce un rendimento socioeconomico del 1.500% sul costo dell’intervento chirurgico entro il primo anno successivo all’operazione.
Cifre di «rendimento» di questo tipo sono molto attraenti per chi è abituato a ottimizzare costantemente le proprie risorse, in particolare per chi preferisce adottare un approccio più «diretto» per ottimizzare l’impatto dei propri progetti.
E le opportunità per gli UHNWI e le istituzioni facoltose di partecipare direttamente alla gestione di progetti collegati agli SDG sono quasi infinite. Inoltre molti SDG si sovrappongono in modo utile. Desidera sostenere l’SDG 1 (sconfiggere la povertà), l’SDG 3 (salute e benessere) e l’SDG 5 (parità di genere)? Avvii allora un progetto per colmare il divario di genere che esiste nell’assistenza sanitaria dei paesi in via di sviluppo. Oppure riduca la mortalità materna offrendo alle donne incinte dei villaggi remoti l’accesso a ecografie mobili. Oppure salvi giovani ragazze dalla tratta di esseri umani.
Un catalizzatore per un mondo migliore
Naturalmente non mancano gli interrogativi sull’etica di affidare questioni così cruciali per l’umanità ai «capricci privati di un’élite facoltosa». Alcuni sostengono che spetti allo Stato tassare e ridistribuire la ricchezza in modo più efficace.
Ma questa è una visione mercantilista dello sviluppo sostenibile, che presuppone che i governi del mondo finanzino efficacemente lo sviluppo sostenibile globale. In realtà, il bilancio complessivo degli aiuti dei paesi OCSE ammonta attualmente a 185 miliardi di dollari statunitensi, una goccia nel mare rispetto a quanto serve per far progredire l’intera umanità. E molti elettori occidentali sono favorevoli a tagliare i bilanci degli aiuti esteri e della cooperazione internazionale allo sviluppo.
Inoltre, nel mondo degli affari, imprenditori e investitori tendono per vocazione a occupare gli spazi lasciati vuoti dai governi, offrendo prodotti e servizi per i quali esistono una domanda e un bisogno. E per molti versi gli UHNWI che hanno spesso avuto successo dal punto di vista finanziario sono ben attrezzati per creare nuove soluzioni alle sfide dello sviluppo sostenibile. Perché allora non concedere loro la stessa libertà d’azione, priva di critiche, di cui godono nel mondo degli affari?
Sappiamo già che le espansioni globali dell’attività economica tendono a migliorare la vita delle persone. Un’espansione globale dell’attività filantropica potrebbe rivelarsi un catalizzatore altrettanto importante per un mondo migliore.


